martedì 24 aprile 2012

Cyrano




Una delle mie letture che riprendo ogni tanto in mano a caso, così per sfizio,è Cyrano; mi piace leggere e rileggere le parole che con arte e sberleffo escono dalla sua bocca (e dalla penna quindi di Edmond Rostand), taglienti ancor più della lama della sua spada. La “Ballade du duel qu’en l’hôtel bourguignon /Monsieur de Bergerac eut avec un bélître!” (“Ballata del duello che in brutta compagnia vinse de Bergerac senza nemmeno un graffio”) riesce sempre ad avvincermi e ad intrigarmi nella sua struttura ritmica. Qui di seguito metto la traduzione che più mi piace ovvero quella di Mario Giobbe :

Ecco, ed io gitto con grazia il cappello,
poscia comodamente, pian pianino,
mi libero del mio vasto mantello
che mi attabarra, e lo spadon sguaino.
Di Celandone più gentil, più fino
di Scaramuccia al gioco dello stocco
vi prevengo, mio caro paladino,
che giusto al fin della licenza io tocco.

Meglio v’era tacer, signor mio bello!
Dove t’infilzerò, dimmi, tacchino?
Sotto il giubbetto, al fianco, ti sbudello?
nel cuor, sotto l’azzurro cordoncino?
– Volteggia la mia punta: un moscerino!
Tintinnano le cocce, odi che schiocco!
Sì certamente... in mezzo del pancino
giusto al fin della licenza io tocco!
Mentre io vo in cerca di una rima in ello...
tu rompi, bianco come un pannolino!
Vuoi forse darmi la parola: agnello?
– Tac! e la punta io paro onde il festino
ti pensavi di farmi, o malandrino! –
Ecco: t’apro la via, – chiudo lo sbocco...
Su reggi bene, guattero, l’uncino!
Giusto al fin della licenza io tocco.

Raccomandati a Dio, bel principino!
Ecco; io m’inquarto, io paro, io fingo, io scocco...
Eh, là! prendi, piccino!Giusto alla fin della licenza ho tôcco.

Naturalmente però il top è il monologo del naso, dove con grazia e sfrontata ars oratoria, Cyrano imperturbabile come una sfinge, si prende gioco del miserrimo avversario

Atto I, sc IV
DE GUICHE Adesso ci ha seccati!
IL VISCONTE DI VALVERT Che fanfarone!
DE GUICHE E alcuno
non è buono a rispondergli per le rime?...
IL VISCONTE Nessuno?
Vado a lanciargli io stesso, vedrete, un di quei tratti!
Voi... voi... avete un naso... eh... molto grande!...
CIRANO (grave) Infatti!
IL VISCONTE (ridendo) Ah!
CIRANO (imperturbabile) Questo è tutto?...
IL VISCONTE Ma...
CIRANO È assai ben poca cosa!
Se ne potevan dire... ma ce n'erano a josa,
variando di tono. - Si potea, putacaso,
dirmi, in tono aggressivo: « Se avessi un cotal naso,
immediatamente me lo farei tagliare!»
Amichevole: «Quando bevete, dée pescare
nel bicchiere: fornitevi di un qualche vaso adatto!»
Descrittivo: «È una rocca! ... È un picco! ...Un capoaffatto...
Ma che! l'è una penisola, in parola d'onore!»
Curioso: «A che serve quest'affare, o signore?
forse da scrivania, o da portagioielli?»
Vezzoso: «Amate dunque a tal punto gli uccelli
che vi preoccupate con amore paterno
di offrire alle lor piccole zampe un sì degno perno?»
Truculento: «Ehi, messere, quando nello starnuto
il vapor del tabacco v'esce da un tale imbuto,
non gridano i vicini al fuoco nella cappa?»
Cortese: «State attento, che di cotesta chiappa
il peso non vi mandi per terra, a capo chino!»
Tenero: «Provvedetelo di un piccolo ombrellino,
perché il suo bel colore non se ne vada al sole!»
Pedante: «L'animale che Aristofane vuole
si chiami ippocampelofantocamaleonte
tante ossa e tanta carne ebbe sotto la fronte!»
Arrogante: «Ohi, compare, è in moda quel puntello?
Si può infatti benissimo sospendervi il cappello!»
Enfatico: «Alcun vento, o naso magistrale,
non può tutto infreddarti, eccetto il Maestrale!»
Drammatico: «È il Mar Rosso, quando ha l'emorragia!»
Ammirativo: «Oh, insegna di gran profumeria!»
Lirico: «È una conca? Siete un genio del mare?»
Semplice: «Il monumento si potrà visitare?»
Rispettoso: « Soffrite vi si ossequii, messere:
questo si che vuol dire qualcosa al sole avere!»
Rustico: «Ohé, corbezzole! Dàgli, dàgli al nasino!
E un cavolo gigante o un popon piccolino?»
Militare: - «Puntate contro cavalleria!»
Pratico: «Lo vorreste mettere in lotteria? »
Ecco, ecco, a un di presso, ciò che detto mi avreste
se qualche po' di spirito e di lettere aveste.
Ma di spirito, voi, miserrimo furfante,
mai non ne aveste un'oncia, e di lettere tante
quante occorrono a far la parola: cretino!
Aveste avuto, altronde, l'ingegno così fino
da potermi al cospetto dell'inclita brigata
servirmi tutti i punti di questa cicalata,
non ne avreste nemmeno la metà proferito
del quarto d'una sillaba, ché, come avete udito,
ho vena da servirmeli senz'alcuna riserva,
ma non permetto affatto che un altro me li serva. 

Bello eh, non rimane che prendersi in mano il libro e continuare la lettura.

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