sabato 23 giugno 2012

La "Duna" dei laghi






Girovagando d'estate,in una bella giornata di sole a Cannero Riviera , mi sono imbattuto in questa meraviglia della tecnologia anni 60.
Per darvi un idea del bolide in oggetto ho estrapolato la descrizione presente nel sito (il nome è già tutto un programma!) Autodimerda.it
L'analisi è cattivissima e poco lusinghiera e ve la riporto per intero, certo è che la macchina è parecchio buffa e non riuscirei ad immaginarmela nemmeno nelle mani di Mr Bean.

  "" L’ Amphicar era un’automobile? Non proprio. Era un mezzo anfibio? Anche. Era una barca? Quasi..
Ma insomma che diavolo era ‘sto Amplifon?! L’ Amphicar era uno stronzo galleggiante. Fu il primo mezzo anfibio ad uso civile prodotto in serie nel 1961 dal Gruppo Quandt di Berlino, un impero industriale (nazista) appartenente alla simpatica famiglia Quandt che oltre a sfruttare schiavi per le proprie fabbriche durante la seconda guerra mondiale, annoverava tra i suoi membri un tenente della Lutwaffe ed ebbe come testimone dello sposo, al secondo matrimonio della signora Quandt (la First Lady del Terzo Reich) un vero e proprio special guest: Adolf Hitler. Il peschereccio con le ruote fu progettato da Hanns Trippel che probabilmente qualcuno di voi ricorderà nelle vesti di Capitan Findus, già responsabile di aver illuso il popolo norvegese a metà anni ‘50 TROLL CARdi potersi costruire un’auto in proprio: il risultato fu la Troll 700, 5 esemplari prodotti e 6 distrutti; a pagarne le spese anche una Smart in doppia fila, ma tanto era quella di Trippel. L’originale nome ideato per l’auto anfibia, Amphicar, al quale nessuno avrebbe mai potuto pensare, neanche la Fiat, fu scelto dopo mesi travagliati di studi approfonditi e tra altre interessantissime proposte come “Titanic”, “WC (Water Car/Water Closet)” e “Marea” utilizzato invece anni dopo proprio dalla Fiat per un suo modello che poteva anch’esso andare nell’acqua, ma senza riemergere. Il motore era un Triumph quattro cilindri di 1147 cc da 38 cavallucci marini, il cambio a 4 marce manuali (del maggiolino) e una velocità su strada di 120 km/h. Ben diverse le prestazioni marittime con una velocità simile a quella di un pedalò guidato da 4 lottatori di sumo: 7 nodi marini = 10 km/h. Le portelle avevano una chiusura poeticamente ermetica per non far filtrare l’acqua, il motore, che era posteriore, non aveva prese d’aria sotto la linea di navigazione ma solo superiori, con un pratico foro in cui poteva essere inserita una bandierina, che fa molto motoscafo, un ombrellone o un crocifisso per l’ultimo Mea Culpa. Le parti elettriche dell’automobile erano in alto e protette.. da San Nicola, mentre il fondo della macchina era carenato con due eliche posteriori in plastica. Le ruote anteriori agivano come timoni ed erano supportate dal cambio a 2 marce (avanti e indietro) in modalità “Costa Crociere”. Se facile poteva essere l’introduzione in acqua, più difficoltosa poteva invece presentarsi la risalita, considerando l’assenza di trazione integrale, ma una volta riusciti nell’impresa, l’eventuale allagamento interno poteva essere espulso dal retro vettura tramite un pene metallico esterno stimolato da una pompa elettrica.In effetti l’ Amphicar, originariamente denominato modello 770, aveva in navigazione una porzione di corpo vettura emersa piuttosto alta, a metà portiera, cosicché bastava un’onda per farsi una doccia integrale e rischiare pure l’affondamento, ma i vantaggi della marcia su acqua ne compensavano i rischi. Pensate solo alla comodità in mare di trovare sempre un parcheggio, di poter guidare, parlare al telefonino, lavarsi i piedi e pescare contemporaneamente, di risparmiare sull’autolavaggio, di non dover aspettare un inutile semaforo (al massimo solo qualche palo delle cozze con lampeggiante) e soprattutto di poter cagare dal finestrino! Non era fantastico? Purtroppo nel 1968 negli Stati Uniti l’inasprimento delle norme sulla sicurezza stradale negarono l’omologazione alle ultime Amphicar importate e siccome il 90% delle vendite si era concentrato proprio negli USA, dopo quasi 4000 veicoli prodotti, fu direttamente l’azienda costruttrice ad affondare. Oggigiorno gli attuali proprietari delle quasi 2000 Amphicar sopravvissute, preferiscono descrivere il proprio veicolo, a fronte di prestazioni ormai notoriamente scarse, come “L’auto più veloce in acqua e la barca più veloce su strada”. Spero solo vivamente che alla guida si ricordino perlomeno quale superficie stiano percorrendo: tirare su il freno a mano in mare o buttare un’ancora sull’asfalto non credo sia proprio il massimo della vita. ""




C'è persino un sito per gli estimatori! clicca qui
E qui la pagina di wikipedia 


giovedì 21 giugno 2012

la mia "Prima" alla Scala di Milano

Theatre Museum at La Scala - La Scala interior view



Mi porto appresso la passione per la lirica da parecchi anni, da quando, poco più che adolescente mi comperai un edizione dell'Aida di Abbado in 3 cd. Fu il mio primo acquisto, impegnativo per il budget di un ragazzotto, ma fu un  amore al primo ascolto. Aida in quell'edizione, con Placido Domingo, la Ricciarelli e Leo Nucci, mi affascinò tantissimo , al punto che ricordo ancora adesso a memoria quasi tutte le arie ed i cori. Fu quello un primo passo di avvicinamento al melodramma italiano, che poi col tempo si strinse sempre più , fino al punto di farmi desiderare tantissimo una serata alla "Scala". In un teatro dell''opera in realtà ero già entrato, avevo visitato durante l'estate del 1990, la Wiener Staatsoper. In un caldissimo pomeriggio di agosto ero entrato nel Ridotto, poi nei palchi, in platea ed infine salito sul palco e dietro le quinte visitando pure i laboratori. Grande emozione, ma nulla in confronto a quella che avrei provato varcando la soglia del teatro del Piermarini. Per un figatello come me, una sera in quel teatro era praticamente una "mission impossible", così cominciai ad iscrivermi al Circolo Culturale di Gallarate del Cav Guarnieri, che a suo tempo era stato frequentato assiduamente , anni prima, dai miei genitori. Nacque l'amicizia con Stefano ed il fatto di essere il più giovane dei melomani, mi fece presto diventare una sorta di mascotte del gruppo. Così, pregai Stefano di avvisarmi quando fosse stata disponibile una data per la mia "prima", non una "Prima" di un opera, ma semplicemente la "mia" prima volta all'Opera.
L'occasione me la fornì Saddam Hussein, l'inizio della "guerra del golfo", generò un ondata di paura in tutta Europa ed anche nel mondo; un pò dovunque vi furono episodi di incetta nei supermercati, che finirono rapidamente le scorte, vi fu un drastico stop del turismo e dei viaggi, e questo fece cadere rovinosamente il numero degli spettatori stranieri alla "Scala".
Come di consueto, quindi, nel giro di pochissimi giorni, il teatro dovette buttarsi in una campagna promozionale con i circoli culturali , per fare in modo di limitare i danni, ed avere afflusso di pubblico "indigeno" al posto dei forestieri.
Così la tanto agognata telefonata, arrivò, mi prenotai il posto, mi misi un buon abito, la cravatta, mi recai a prendere l'autobus, e naturalmente mi resi conto di essere almeno 30 anni più giovane del più "giovane" partecipante alla serata.
Giunti in Via Verdi a Milano però, il cuore cominciò a battere, aprii le doppie porte di accesso e biglietto alla mano mi recai dalle Maschere.
La prima volta in mezzo alle colonne del ridotto, fra marmi e statue bronzee, fu un gran impatto per me poco più che ventenne, ed avvezzo a ben altri ambienti.Salii trepidante le scale di velluto rosso col biglietto in mano e quando la maschera mi aprì la porta del palco, mi sembrò di vivere l'emozione ben descritta da Umberto Eco, nel "Nome della rosa", di Adso quando apre la porta della torre.
La porta non apriva un palco, la porta apriva in realtà un "mondo", un mondo bellissimo e sconosciuto, un mondo etereo fatto di emozioni grandi, ricreate ad arte. La vita di tutti i giorni si chiudeva alle mie spalle insieme alla porta. Davanti a me si apriva l'emiciclo del teatro, nel luccichio dei cristalli del lampadario, riflessi  sul "tagliafuoco" ancora chiuso (prima dello spettacolo, il sipario rosso è aperto con calato sulla scena il tagliafuoco, un sipario rigido e nero,ai tempi di lamiera, ndr").
La scena mi parve da subito irreale; il teatro era semivuoto, pochissime persone in platea, pochissimi palchi occupati, quella che si leggeva sui giornali come "paura della guerra" , lì era visibile, la si poteva toccare con mano. Il pubblico era sparito, probabilmente quella fu una delle sere più deserte che quella sala può ricordare da quando fu aperta. 
Presi posto sullo sgabello, ed attesi le 20.00 in punto, si  spensero le luci ed entrò il Maestro Lorin Maazel fra gli applausi dei pochi presenti, attaccò la musica ed in scena entrò col suo solito piglio da guerriero, Placido Domingo nei panni di Dick Johnson.
Quella  sera era in scena "la Fanciulla del West" di Puccini (qui alcuni shot di quell'allestimento) .
La musica del genio di Torre del Lago, fece ben presto dimenticare le faccende terrene, Domingo cantò con decisione e potenza la  bellissima aria "ch'ella mi creda" di cui ricordo a memoria il bellissimo testo:

Ch’ella mi creda libero e lontano
sopra una nuova via di redenzione!…
Aspetterà ch’io torni…
E passeranno i giorni,
E passeranno i giorni,
ed io non tornerò…
ed io non tornerò…
Minnie, della mia vita mio solo fiore,
Minnie, che m’hai voluto tanto bene!…
Tanto bene!
Ah, tu della mia vita mio solo fior! 

Brividi, pelle d'oca e poi la fine; una fine che arriva troppo presto io volevo che quei momenti durassero in eterno. . .  il sogno svanisce, ridestato dalla luce e dagli applausi.
Che emozioni quella sera, e quanto da raccontare i giorni seguenti.
Quella sera iniziò quella che ancora oggi è una magia che mi permea ogni volta che varco quella soglia, ogni volta il brivido si ripete, ogni volta c'è desiderio, curiosità, passione.
Ogni volta che varco quella soglia il cuore batte a mille.

mercoledì 20 giugno 2012

della Libertà






Scultura di Zenos Frudakis in Filadelfia



Non c'è vocabolo di cui non si sia oggi fatto così largo abuso come di questa parola: libertà. Non mi fido di questo vocabolo, per la ragione che nessuno vuole la libertà per tutti; ciascuno la vuole per sé. Otto von Bismarck


Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta! Ernesto Che Guevara


Non si può separare la pace dalla libertà perché nessuno può essere in pace senza avere la libertà.
Malcolm X
(e viceversa, aggiungo io)

La vera libertà individuale non può esistere senza sicurezza economica ed indipendenza. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature. Franklin Delano Roosevelt


Se una libera società non può aiutare i molti che sono poveri, non dovrebbe salvare i pochi che sono ricchi. John Fitzgerald Kennedy

Concetti molto attuali no?

mercoledì 13 giugno 2012

Perla di saggezza



Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e non cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza,
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge,
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.




“Lentamente muore” è la poesia di Martha Medeiros, spesso erroneamente attribuita a Pablo Neruda

lunedì 4 giugno 2012

Calamandrei


Questo discorso, sembra scritto ieri; mi viene da pensare che noi italiani non riusciamo ad imparare dalla storia e facciamo e rifacciamo sempre gli stessi errori. . .


Discorso di Piero Calamandrei, III Congresso dell' Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, 11 febbraio 1950



Cari colleghi, noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università, affratellati in questo esercizio quotidiano di altruismo, in questa devozione giornaliera al domani, all'avvenire che noi prepariamo e che non vedremo, che è l'insegnamento. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo? Può venire subito in mente che noi siamo riuniti per difendere la scuola laica. Ed è anche un po' vero ed è stato detto stamane. Ma non è tutto qui, c'è qualche cosa di più alto. Questa nostra riunione non si deve immiserire in una polemica fra clericali ed anticlericali. Senza dire, poi, che si difende quello che abbiamo. Ora, siete proprio sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l'art. 7? Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà [...].

La scuola, come la vedo io, è un organo "costituzionale". Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola "l'ordinamento dello Stato", sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l'organismo costituzionale e l'organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell'organismo umano hanno la funzione di creare il sangue [...].



La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall'afflusso verso l'alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l'alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società [...].



A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.

Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. E' l'art. 34, in cui è detto: "La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi". Questo è l'articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. Seminarium rei pubblicae, dicevano i latini del matrimonio. Noi potremmo dirlo della scuola: seminarium rei pubblicae: la scuola elabora i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente. Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra Repubblica, domandiamoci: com'è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima. Vedete, noi dobbiamo prima di tutto mettere l'accento su quel comma dell'art. 33 della Costituzione che dice così: "La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi". Dunque, per questo comma [...] lo Stato ha in materia scolastica, prima di tutto una funzione normativa. Lo Stato deve porre la legislazione scolastica nei suoi principi generali. Poi, immediatamente, lo Stato ha una funzione di realizzazione. Lo Stato non si deve limitare a porre i principi platonici, ideali, teorici della costituzione delle scuole. [...]



Lo Stato non deve dire: io faccio una scuola come modello, poi il resto lo facciano gli altri. No, la scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di Stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo Stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo Stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell'art. 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è l'espressione di un altro articolo della Costituzione: dell'art. 3: "Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali". E l'art. 51: "Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge". Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni.Questo strumento è la scuola pubblica, democratica; della quale è stato detto esattamente da un caro amico, da Guido Calogero: "Attraverso la struttura dei programmi e del metodo didattico e la piena apertura della scuola ad insegnanti ed a studenti di ogni convincimento e di ogni religione, senza alcuna preferenza di parte per gli uni e per gli altri, la scuola pubblica assicura che ogni voce sia presente, che nessuna verità venga insegnata senza essere anzitutto messa in dubbio nel pacato confronto con le verità opposte, che l'acquisizione dei convincimenti abbia luogo non sotto la pressione di una mentalità dogmatica, ma nello spirito della libera discussione critica, l'unica capace di non far dimenticare i contemporanei diritti dei convincimenti altrui".

Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell'articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.

La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre:
che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre.
Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione.

Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c'erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l'espressione, "più ottime" le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione.

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l'ipotesi, cos" astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci).



Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Cos" la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.



Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi:
ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico!

Quest'ultimo è il metodo più pericoloso. E' la fase più pericolosa di tutta l'operazione [...].

Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito. [...]In Italia, dove ci sono tanti ragazzi che mancano dell'istruzione fondamentale, ci sono quarantamila maestri disoccupati, perchè mancano le scuole! Dunque in questa situazione tragica, è una follia, è un delitto pensare che lo Stato, invece di concentrare nella scuola pubblica tutte le risorse del piccolo bilancio dell'istruzione (piccolo in confronto ad altri bilanci che voi sapete quali siano) si metta a distribuire il denaro alle scuole private. [...]

Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell'art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: "Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato". Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche [...]. Ma poi c'è un'altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la "frode alla legge", che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla [...]. E venuta cos" fuori l'idea dell'assegno familiare, dell'assegno familiare scolastico.



Il ministro dell'Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a "stimolare" al massimo le spese non statali per l'insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno. [...]



Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? » un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica. Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l'arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l'arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! [...]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito.

Poi, nella riforma, c'è la questione della parità. L'art. 33 della Costituzione nel comma che si riferisce alla parità, dice: "La legge, nel fissare diritti ed obblighi della scuola non statale, che chiede la parità, deve assicurare ad essa piena libertà, un trattamento equipollente a quello delle scuole statali" [...]. Parità, sì, ma bisogna ricordarsi che prima di tutto, prima di concedere la parità, lo Stato, lo dice lo stesso art. 33, deve fissare i diritti e gli obblighi della scuola a cui concede questa parità, e ricordare che per un altro comma dello stesso articolo, lo Stato ha il compito di dettare le norme generali sulla istruzione. Quindi questa parità non può significare rinuncia a garantire, a controllare la serietà degli studi, i programmi, i titoli degli insegnanti, la serietà delle prove. Bisogna insomma evitare questo nauseante sistema, questo ripugnante sistema che è il favorire nelle scuole la concorrenza al ribasso: che lo Stato favorisca non solo la concorrenza della scuola privata con la scuola pubblica ma che lo Stato favorisca questa concorrenza favorendo la scuola dove si insegna peggio, con un vero e proprio incoraggiamento ufficiale alla bestialità [...].



Però questa riforma mi dà l'impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c'era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c'è il cacciatore con il fucile spianato. » la scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell'avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito.



E poi c'è un altro pericolo forse anche più grave. » il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. » il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l'onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l'idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte, diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari. Questo è il pericolo: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c'erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l'italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.



E c'è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. E' accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d'Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell'avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.






Piero Calamandrei Discorso sulla Costituzione agli studenti di Milano 1955

A seguire un altro discorso molto attuale.In un momento storico in cui la Nostra Repubblica, sta grattando il fondo del barile, per non perdere l'orizzonte dobbiamo orientarci con le stelle del nostro firmamento.
Piero Calamandrei, è sicuramente una stella polare.



domenica 3 giugno 2012

Preghiera

Signore, quando ho fame,
dammi qualcuno che ha bisogno di cibo;
quando ho un dispiacere,
mandami qualcuno da consolare;
quando la mia croce diventa pesante,
fammi condividere la croce di un altro;
quando non ho tempo,
dammi qualcuno che io possa aiutare per qualche momento;
quando sono umiliato,
fa che io abbia qualcuno da lodare;
quando sono scoraggiato,
mandami qualcuno da incoraggiare;
quando ho bisogno della comprensione degli altri,
dammi qualcuno che ha bisogno della mia;
quando ho bisogno che ci si occupi di me,
mandami qualcuno di cui occuparmi;
quando penso solo a me stesso,
attira la mia attenzione su un'altra persona.
Rendici degni, Signore, di servire i nostri fratelli,
che in tutto il mondo vivono poveri ed affamati.
Dà loro oggi, usando le nostre mani, il loro pane quotidiano,
e dà loro, per mezzo del nostro amore comprensivo, pace e gioia.
(Madre Teresa di Calcutta)
Per alcuni oggi essere vicini al Signore è essere oggi al campo volo di Bresso, me me invece è ricordarmi tutti i giorni di questa umile preghiera, cercando degnamente o indegnamente, di metterla in pratica.

Musical "in volo"

Bello stasera il Musical "il volo" ispirato al tema delle farfalle, e legato a doppio filo al Fascination of plant day, del 18 maggio appena trascorso.
Teatro di Varese pieno, e atmosfera carica di adrenalina, per un viaggio in 6 giardini di farfalle :Rock, giardino pieno di energia rosso e nero; Pop, ritmi e sensazioni leggere; Disco, colore e music a anni '80; HipHop, forza e temperamento;Film, immersi nel bianconero cinematografico; Show Musical, in un tripudio di colori accesi, per poi concludere il volo con "I was born a butterfly".
Sotto la guida di Tanja Kok anche quest'anno i ragazzi della scuola Dance Passion, hanno saputo dare il massimo



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