giovedì 21 giugno 2012

la mia "Prima" alla Scala di Milano

Theatre Museum at La Scala - La Scala interior view



Mi porto appresso la passione per la lirica da parecchi anni, da quando, poco più che adolescente mi comperai un edizione dell'Aida di Abbado in 3 cd. Fu il mio primo acquisto, impegnativo per il budget di un ragazzotto, ma fu un  amore al primo ascolto. Aida in quell'edizione, con Placido Domingo, la Ricciarelli e Leo Nucci, mi affascinò tantissimo , al punto che ricordo ancora adesso a memoria quasi tutte le arie ed i cori. Fu quello un primo passo di avvicinamento al melodramma italiano, che poi col tempo si strinse sempre più , fino al punto di farmi desiderare tantissimo una serata alla "Scala". In un teatro dell''opera in realtà ero già entrato, avevo visitato durante l'estate del 1990, la Wiener Staatsoper. In un caldissimo pomeriggio di agosto ero entrato nel Ridotto, poi nei palchi, in platea ed infine salito sul palco e dietro le quinte visitando pure i laboratori. Grande emozione, ma nulla in confronto a quella che avrei provato varcando la soglia del teatro del Piermarini. Per un figatello come me, una sera in quel teatro era praticamente una "mission impossible", così cominciai ad iscrivermi al Circolo Culturale di Gallarate del Cav Guarnieri, che a suo tempo era stato frequentato assiduamente , anni prima, dai miei genitori. Nacque l'amicizia con Stefano ed il fatto di essere il più giovane dei melomani, mi fece presto diventare una sorta di mascotte del gruppo. Così, pregai Stefano di avvisarmi quando fosse stata disponibile una data per la mia "prima", non una "Prima" di un opera, ma semplicemente la "mia" prima volta all'Opera.
L'occasione me la fornì Saddam Hussein, l'inizio della "guerra del golfo", generò un ondata di paura in tutta Europa ed anche nel mondo; un pò dovunque vi furono episodi di incetta nei supermercati, che finirono rapidamente le scorte, vi fu un drastico stop del turismo e dei viaggi, e questo fece cadere rovinosamente il numero degli spettatori stranieri alla "Scala".
Come di consueto, quindi, nel giro di pochissimi giorni, il teatro dovette buttarsi in una campagna promozionale con i circoli culturali , per fare in modo di limitare i danni, ed avere afflusso di pubblico "indigeno" al posto dei forestieri.
Così la tanto agognata telefonata, arrivò, mi prenotai il posto, mi misi un buon abito, la cravatta, mi recai a prendere l'autobus, e naturalmente mi resi conto di essere almeno 30 anni più giovane del più "giovane" partecipante alla serata.
Giunti in Via Verdi a Milano però, il cuore cominciò a battere, aprii le doppie porte di accesso e biglietto alla mano mi recai dalle Maschere.
La prima volta in mezzo alle colonne del ridotto, fra marmi e statue bronzee, fu un gran impatto per me poco più che ventenne, ed avvezzo a ben altri ambienti.Salii trepidante le scale di velluto rosso col biglietto in mano e quando la maschera mi aprì la porta del palco, mi sembrò di vivere l'emozione ben descritta da Umberto Eco, nel "Nome della rosa", di Adso quando apre la porta della torre.
La porta non apriva un palco, la porta apriva in realtà un "mondo", un mondo bellissimo e sconosciuto, un mondo etereo fatto di emozioni grandi, ricreate ad arte. La vita di tutti i giorni si chiudeva alle mie spalle insieme alla porta. Davanti a me si apriva l'emiciclo del teatro, nel luccichio dei cristalli del lampadario, riflessi  sul "tagliafuoco" ancora chiuso (prima dello spettacolo, il sipario rosso è aperto con calato sulla scena il tagliafuoco, un sipario rigido e nero,ai tempi di lamiera, ndr").
La scena mi parve da subito irreale; il teatro era semivuoto, pochissime persone in platea, pochissimi palchi occupati, quella che si leggeva sui giornali come "paura della guerra" , lì era visibile, la si poteva toccare con mano. Il pubblico era sparito, probabilmente quella fu una delle sere più deserte che quella sala può ricordare da quando fu aperta. 
Presi posto sullo sgabello, ed attesi le 20.00 in punto, si  spensero le luci ed entrò il Maestro Lorin Maazel fra gli applausi dei pochi presenti, attaccò la musica ed in scena entrò col suo solito piglio da guerriero, Placido Domingo nei panni di Dick Johnson.
Quella  sera era in scena "la Fanciulla del West" di Puccini (qui alcuni shot di quell'allestimento) .
La musica del genio di Torre del Lago, fece ben presto dimenticare le faccende terrene, Domingo cantò con decisione e potenza la  bellissima aria "ch'ella mi creda" di cui ricordo a memoria il bellissimo testo:

Ch’ella mi creda libero e lontano
sopra una nuova via di redenzione!…
Aspetterà ch’io torni…
E passeranno i giorni,
E passeranno i giorni,
ed io non tornerò…
ed io non tornerò…
Minnie, della mia vita mio solo fiore,
Minnie, che m’hai voluto tanto bene!…
Tanto bene!
Ah, tu della mia vita mio solo fior! 

Brividi, pelle d'oca e poi la fine; una fine che arriva troppo presto io volevo che quei momenti durassero in eterno. . .  il sogno svanisce, ridestato dalla luce e dagli applausi.
Che emozioni quella sera, e quanto da raccontare i giorni seguenti.
Quella sera iniziò quella che ancora oggi è una magia che mi permea ogni volta che varco quella soglia, ogni volta il brivido si ripete, ogni volta c'è desiderio, curiosità, passione.
Ogni volta che varco quella soglia il cuore batte a mille.

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