lunedì 1 ottobre 2012

Le autonomie locali ed il populismo spicciolo

Negli ultimi anni, la distanza fra cittadini ed istituzioni, per tutta una serie di motivi sociopolitici, è andata via via aumentando.
Il continuo emergere di scandali, privilegi iniqui e stipendi stellari, ben miscelato a droga, sesso e tangenti, ha portato al continuo aumento del gap fra società civile e mondo della politica, senza che nessuno, a partire dal Presidente della Repubblica, abbia almeno abbozzato un tentativo di limitare i danni. Dire che il Presidente sia il custode della Costituzione e non il responsabile della tenuta del Paese, per me è un pò poco.
Al di la di ciò, in questo frangente il Governo tecnico che ormai ha dato prova di essere più l'espressione delle oligarchie economiche, piuttosto che del popolo italiano che fa? Aumenta ancora di più questo gap passando ad una riforma delle autonomie locali.
la situazione attuale
Riforma che a mio modesto parere è più di facciata che di sostanza e che sancisce, semmai ce ne fosse bisogno, il fallimento totale del federalismo propugnato e strombazzato allegramente in tutti questi anni, che, condito di appelli al decentramento amministrativo ed alla sussidiarietà,  se ne va una volta per tutte a farsi benedire.
Che nel pieno di una crisi economica di impronta recessiva, si sentisse il bisogno di disorientare cittadini ed imprese, con ridefinizione di comuni e provincie, di ambiti territoriali e di competenze, dando vita all'ennesimo "casino" normativo tutto italiano, beh onestamente se ne poteva fare proprio a meno.
Se i padri della nostra Repubblica (di cultura e spessore morale ben diverso dall'attuale classe politica italiana) hanno fatto queste scelte,è perchè vedevano nel rapporto stato-cittadino un valore importante da preservare e migliorare nel tempo.
gli accorpamenti previsti
Creare macro provincie o aree metropolitane, equivale a ridurre la rappresentatività dei cittadini e delle imprese di molti punti, ci si trova ad essere relegati a dei numeri di codice fiscale o partita Iva, che ben poco possono interagire con chi li governa; casomai tocca solo subire.
La strategia secondo me doveva necessariamente essere diversa, e sicuramente più semplice da applicare, ovvero eliminare tutti i doppioni e l'accavallamento di competenze, affidando ambiti ben precisi a Provincie e Regioni, snellire i Consigli, riducendoli drasticamente di numero, eliminando commissioni e soprattutto imponendo dei limiti ferrei a stipendi e rimborsi per politici e dirigenti (2000/2500 euro al mese non sono forse più che sufficienti?). Una cura dimagrante anche al personale (da non rimpiazzare al pensionamento, nelle stesse entità) e un maggior ricorso all'informatizzazione (e soprattutto l'eliminazione di iter burocratici obsoleti, inutili e di stampo borbonico)  avrebbe permesso di ottenere un miglior risultato con minore fatica.
Invece adesso le istituzioni litigano, i comuni si strangolano con il patto di stabilità, i cittadini ricevono un pessimo servizio e si rendono conto sempre di più che contano sempre di meno.
Vedremo alle prossime elezioni quanto scelte così inique e così dolorose, peseranno sull'elettorato attivo.
Nel frattempo avremo i populisti che potranno invocare a gran voce, la chiusura delle Provincie e delle Regioni, non rendendosi conto che quelle che sono state delle grandi conquiste, che vanno quindi preservate e mantenute, non hanno niente a che spartire con i "carrozzoni" che sono diventate nel tempo.
La cura dimagrante va fatta nelle "strutture amministrative" non nel numero delle sedi!

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