mercoledì 26 novembre 2014

LA TEORIA DELLE FINESTRE ROTTE

Basta poco per conseguire il benessere e la pace sociale. . .o no?

LA TEORIA DELLE FINESTRE ROTTE

Nel 1969, presso l'Università di Stanford (USA), il professor Philip Zimbardo ha condotto un esperimento di psicologia sociale. Lasciò due auto abbandonata in strada, due automobili identiche, la stessa marca, modello e colore. Una l’ ha lasciata nel Bronx, quindi una zona povera e conflittuale di New York ; l'altra a Palo Alto, una zona ricca e tranquilla della California. Due identiche auto abbandonate, due quartieri con popolazioni molto diverse e un team di specialisti in psicologia sociale, a studiare il comportamento delle persone in ciascun sito. . . . leggi tutto




Servizio Pubblico - Gianrico Carofiglio illustra la "Teoria delle finestre rotte" from Roma fa schifo on Vimeo.

martedì 11 novembre 2014

Il Marco e la caduta del muro di Berlino

Alcuni eventi storici hanno una valenza particolare perché arrivano a colpire nell'intimo specie quando arrivano più o meno inaspettati

La caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 è sicuramente uno di quelli 

Ricordo le immagini alla Tv con le migliaia di persone che si accalcavano alla Porta di Brandeburgo , quelli che si arrampicarono e ci salirono anche in piedi, immagini come queste credo se le ricordino in molti.
In quel momento però, in cui la situazione evidentemente sfuggì di mano, a cadere era un simbolo, o meglio, quello che per anni era stato un simbolo delle divisione fra bene e male (così l'hanno venduta alla mia generazione) , fra capitalismo e comunismo.
La caduta della cortina di ferro metteva anche una bella pietra tombale sulla guerra fredda  che aveva condizionato pesantemente tutti gli eventi sociopolitici del dopoguerra.
Io ero poco più che un ragazzotto, che pochi mesi prima aveva terminato il servizio di leva nell'esercito; quelle immagini mi colpirono molto e decisi che in un modo o nell'altro io dovevo esserci, dovevo trovare il modo di andare là e salire su quel muro.
L'occasione me la fornirono alcuni amici; da tempo infatti cercavo senza tuttavia riuscirci, di farmi un giro in Europa con la Interrail, ma non trovavo mai compagni di viaggio abbastanza motivati per farlo.
Francamente non ho mai capito perchè dei ventenni come me non avessero voglia di varcare le frontiere e buttare il cuore altre l'ostacolo, per vedere se non altro cose c'era “fuori”.
Comunque alla fine l'occasione arrivò , era quella di un giro in camper per l'Europa, in sei persone, il tutto ovviamente senza cellulari, carte di credito e navigatori Gps.

Così nell'estate 1990, subito dopo i Mondiali partimmo all'avventura e iniziammo il nostro peregrinare per l'Europa toccando prima l'Austria, poi l'Ungheria, la Cecoslovacchia e dopo aver visitato Praga puntammo su Dresda, nella ex DDR (Deutsche Demokratische Republik).

L'ingresso alla dogana nella DDR fu un po' inquietante, con i controlli molto rigidi e le guardie che cercavano di scroccarci qualsiasi cosa, dal cibo ai cappellini, cosa che di per se già faceva capire cosa ci avrebbe aspettato al di là della frontiera. Arrivammo a Dresda a notte fonda e alla mattina decidemmo di lasciarla senza troppi complimenti, perché ci appariva squallida e volevamo puntare a tutta velocità (è un eufemismo visto che il nostro camper andava max a 80km orari) su Berlino Est, che ci appariva più stimolante da visitare.
Arrivati a Berlino l'impatto con il “muro” non fu dolce, faceva una certa impressione vedere una metropoli spaccata in due da questo monumentale simbolo dell'ottusità umana, immaginavo cosa potesse voler dire vivere in una città tagliata in due, che viaggiava a due velocità.
Ad Est i negozi erano scarni, poca merce, nella di desiderabile da comprare, a Ovest opulenza ed abbondanza; ad Est le Trabant, le Lada , le Prinz a motore Wankel (ricordo delle lezioni di meccanica dell'Itis) , ad Ovest le Golf, le Mercedes e le Bmw.
A parlarne ora a 25 anni di distanza viene da sorridere, ma poca era la distanza fisica fre i due mondi, ed abissale era invece la differenza nella vita quotidiana, vestiti, oggetti modo di vivere, sembrava di vivere in un mondo irreale , vedevamo tutto ciò a cui non eravamo abituati a casa nostra, passare da un paese libero e caotico, ad uno irregimentato spartano e onestamente poco accogliente era un bell'impatto per un ventenne.
Nella DDR si sentiva veramente forte ed opprimente la presenza del regime, cosa che ad esempio si percepiva molto meno in Ungheria e Cecoslovacchia, che erano comunque paesi del Patto di Varsavia
Metabolizzato il primo giorno l'impatto con la parte est della città la mattina seguente la prima cosa da farsi era ovviamente puntare su Postdamer Platz e la Porta di Brandeburgo, in fin dei conti eravamo andati lì apposta.
L'idea di salire sul muro ovviamente non mi aveva mollato mai, durante la notte cercavo di capire come avrei potuto fare per realizzarla, visto e considerato che il muro era veramente alto e liscio (ovviamente) e salirci a mani nude non era particolarmente facile, anche se comunque quelle persone che avevo visto a suo tempo nelle foto ci erano riuscite.
Poi volevo che il tutto apparisse un po' dissacratorio di quel posto e quindi mi vestii in un modo che ritenevo adeguato.
Pantaloni coloratissimi (di quelli da mare che in compagnia avevamo ribattezzato i “tossiconi”)e maglietta comprata a Praga con una prima pagina della Pravda; strada facendo comperai da un Vopos il suo cappello d'ordinanza per pochi marchi (costoro si vendevano di tutto, orologi, medaglie, divise ecc, pur di raggranellare qualche soldo) e quindi soddisfatto potevo presentarmi al mio appuntamento con la storia.
Arrivati a Postdamer Platz c'era un nutrito gruppo di ragazzi che vendevano magliette e, udite udite, noleggiavano mazze di ferro e piedi di porco, per scassare il muro.
Dopo un brevissimo scambio di battute in inglese ci rendemmo conto che questi ragazzi così intraprendenti erano più o meno tutti partenopei! (hanno sempre una marcia in più)
Il gioco di rompere il muro era abbastanza facile, con la mazza di ferro picchiavi forte fino a infrangerlo, poi con il piede di porco facevi leva sotto i ferri dell'armatura ed i pezzi si sgretolavano anche se non senza fatica (ma tanto si era giovani).
Quindi, fatta la provvista di cocci del muro scattò il momento "foto", quindi a turno lasciammo uno di noi a Ovest e ci infilammo nelle brecce a est per farci fotografare.
Per i miei compagni di viaggio a voler guardare , la storia era già finita così ma per me no, così iniziai a girovagare nel lato est alla ricerca di qualcosa su cui arrampicarmi, affidai ad uno di loro la mia Nikon e alla fine , cercando qua e la fra i materiali da cantiere che c'erano in mezzo a tutto quel casino, trovai un asse da muratore con inchiodate delle traverse.
Quello faceva al caso mio, così fra gli sguardi poco convinti dei miei compagni di avventura che scrollavano la testa, lo appoggiai al muro e tentai di salirci anche se con non poca fatica, perché seppure con l'asse riuscivo ad arrivare in alto, in realtà non riuscivo ad afferrare la sommità del muro, in quanto era costituita da un cilindro di cemento precompresso, quindi ogni volta che ci mettevi le mani , scivolavano via. (un po come quando al mare cerchi di salire sul gommone)
Alla fine , dopo “n” tentativi, riuscii a salire a cavalcioni sul muro, come testimonia la foto, e lì ci rimasi per una bella decina di minuti.
A dire il vero io ci sarei rimasto una giornata, così, vestito come un deficiente, perchè da lì sopra mi scorrevano nella testa le immagini di un film già visto. Mi immaginavo i tentativi di fuga, le guardie sulle altane, il filo spinato, mi immaginavo la voglia che potevano avere i cittadini dell'Est di fuggire da quella vita così irregimentata, anche a costo di rischiare la vita.
Da lì sopra capivi tutta l'idiozia della guerra, avevo alle mie spalle la porta di Brandeburgo e guardando davanti a me avevo la spianata di Postdamer Platz, un prato che non era un prato, ma che era erba cresciuta su macerie di distruzione, un immenso spazio aperto desolato e senza alberi. Guardando a sinistra poi era pure peggio, palazzi a 7/8 piani, tutti con le finestre rivolte ad ovest murate in mattoni a vista, facciate quasi diroccate, praticamente uno scenario postbellico ed inquietante, per un ragazzo che la guerra l'aveva vista solo nei film.
Sono passati quasi 25 anni da quel giorno ma le sensazioni me le ricordo ancora e sono ancora vive, rivedere ieri le immagini su internet e alla tv della caduta del muro me le ha riportate a galla.
La prospettiva da sopra il muro non era la stessa da terra, da lì si vedeva la guerra e si percepiva l'odio, la cattiveria e l'idiozia che aveva portato alla costruzione di quel muro.
Ich bihn eine Berliner, disse JFK nel suo celebre discorso, ho capito più cose della storia stando seduto su quel muro che in ore di lezione a scuola.

Su quel muro avrebbero dovuto sedersi molti capi di stato e dovrebbero sedersi ancora oggi sui pochi brandelli di muro rimasti, tutti coloro che credono che la guerra sia un modo come un altro, per risolvere per risolvere gli affari di stato e di politica estera.
E comunque alla fine di tutto. . io c'ero! Proprio come volevo.

venerdì 30 maggio 2014

Klimt, la creatività e gli stimoli

Ieri approfittando di un paio di ore libere, mentre mi trovavo a Milano, ne ho approfittato per fare un salto alla mostra di Klimt a Palazzo Reale, attratto come sempre, da quella forza magnetica che esercita su di me l'Art Nouveau
Klimt è un artista che amo, ha saputo creare un nuovo modo di intendere la pittura; artista controverso e criticato, addirittura al punto di vedersi cancellato un incarico e costretto a restituire il compenso pattuito per un opera.
La mostra in se è bella , ma non mi colpisce, non vi trovo il Klimt tutto oro e linee suadenti che sono abituato a vedere nei libri che ho a casa.
Vi trovo un Klimt giovane che sperimenta le idee della "secessione viennese", insieme al fratello e all'amico Franz Matsch .
Davanti alla copia del Fregio di Beethoven, però non ho potuto esimermi dal pormi alcune domande su ciò che intendiamo con la parola Creatività e quali sono gli stimoli che la fanno guizzare allo scoperto.
Io stesso facendo un lavoro creativo, sono sempre alla ricerca di stimoli nuovi, e mi sono immedesimato in Klimt artista, impegnato a cimentarsi in un opera che ricordasse il grande genio Beethoven  , un opera monumentale (come l'artista) , uno spazio molto grande, una musica bellissima, le straordinarie parole di Schiller e un concerto di inaugurazione diretto nientemeno che da Gustav Mahler .
Beh , se gli servivano degli stimoli per iniziare il lavoro, devo dire che più di così non se ne poteva; luogo, ambiente, circostanze, musica, tutto l'ecosistema tendeva a spingere Klimt verso il successo, che poi è puntualmente arrivato.
Grandi stimoli da grandi persone, è questo il motore della creatività?
"colma il tuo cor d'un palpito, ineffabile vero, d'amor, e chiama poi quell'estasi natura, amor, mistero" scriveva il Boito e forse aveva proprio ragione. E' da quel palpito che nasce la creatività, ma quel palpito deve essere stimolato.
Forse il solo Beethoven rappresentava l'eccezione, visto che quando compose la nona sinfonia era già sordo, ma lui era un Genio assoluto.
Per tutti gli altri non è così, per me non è così; si trascorre la vita alla ricerca di quel palpito, che poi è quello che ti da l'idea giusta, che non ti fa sbagliare, che si fa leggere dagli osservatori delle tue opere.
E come la mettiamo allora col fatto che in questo preciso momento storico, la creatività gira a scartamento ridotto?
Sarà forse per questo motivo che i capolavori sono in constante calo? Che nel periodo attuale , dove, se è pur vero che siamo sottoposti ad un continuo bombardamento di stimoli, guardandoci intorno non vediamo più artisti così sfavillanti?  Abbiamo parametri di riferimento troppo bassi in quanto siamo sprovvisti di personalità artistiche così monumentali? Dobbiamo riflettere sulla teoria di Disney (quello dei cartoni animati per intenderci) che aveva meccanizzato tutto il processo creativo? 
Non ho una risposta che mi soddisfi appieno, ma di sicuro ho invidiato tanto Klimt per aver vissuto appieno la sua epoca.
I suoi capolavori ce lo ricorderanno in eterno.

sabato 29 marzo 2014

Un cuore verde

A volte sono le piccole cose quelle che possono cambiarti in meglio la giornata,  la settimana o anche il mese.
Nei giorni scorsi ero alla Fondazione Minoprio per un corso di Land Art della Vea, un occasione a cui tenevo molto, perché la Land Art mi ha sempre incuriosito nel profondo, in quanto ci avvicina alla natura in un rapporto quasi simbiotico.
Molti anni fa , uno dei miei maestri mi raccontava che di tanto in tanto, era solito andare nei boschi a trascorrere uno o due giorni in solitudine a contatto con la natura per accumulare esperienze e sensazioni da trasferire poi nell'arte floreale.
Un metodo questo che avvicina alla Land Art, che si approccia al luogo ed alla materia con grandissimo rispetto e sensibilità.
La cosa che ho preferito del corso, è il fatto che fosse rivolto in prima analisi ai ragazzi dell'istituto e che la presenza di partecipanti più o meno attempati come il sottoscritto, poteva essere di stimolo a questi giovani paesaggisti di belle speranze.
Poi, come sempre in queste cose, sono i grandi che imparano dai giovani e non viceversa.
Discusse le teorie in aula, quindi, spazio alla fantasia ed alle cesoie, e via.
Ciascun gruppo è impegnato nella propria creazione e alla fine del lavoro come sempre arriva, il momento di discussione e di valutazione collegiale.
Così girando fra le varie location allestite, capitiamo con tutto il gruppo in un angolo bellissimo del parco, i mezzo a tre meravigliosi cedri del Libano vecchi di una cinquantina di anni, belli , maestosi, con un impalcato di rami che disegna la sua sagoma nel cielo.
Siamo letteralmente immersi in un crogiolo di sensazioni, la luce che filtra dai rami, la terra umida, il classico profumo di sottobosco, un profumo che inebria e fa decollare la fantasia.
I mezzo ai tre cedri, all'ombra delle fronde, i ragazzi hanno realizzato la loro installazione, due strutture di bamboo molto geometriche in contrasto con la sinuosità dei rami, sovrastate da una sfera di fibre di bamboo ricoperte di rami di felce secca appesa a mezz'aria.
Così , implacabile arriva la domanda.. . Perchè avete scelto questo posto e questa installazione? Le prime risposte dei ragazzi sono timide e un po' vaghe e la docente, una dolcissima signora norvegese, li incalza ad approfondire un approccio solo all'apparenza un po' superficiale.
Così, con grande naturalezza, uno dei ragazzi del gruppo confessa a sguardo basso, col pudore di chi pensa di dire una banalità: “abbiamo voluto fare qualcosa qui, perché è un angolo del parco un po' nascosto, e la gente non vuole uscire dal sentiero per vedere quanto sono belli questi alberi da dietro le fronde, la sfera in aria serve a fare alzare lo sguardo e a vedere questa meraviglia”.
Ti spiego una cosa caro ragazzo, non hai detto una stupidaggine, hai detto una cosa bellissima ed hai colto perfettamente nel segno quello che è lo stimolo principale del tuo futuro lavoro, il rispetto e l'amore per la natura.
Tutto il resto, oserei dire che è puramente accessorio. Conosco anche troppi “stimati” professionisti del verde e dell'arte floreale, che dopo trenta o quarant'anni di lavoro continuano imperterriti a brutalizzare piante e fiori con un idea dell'estetica che non ha nulla a che vedere con il rispetto del creato.
Continua a studiare e ad arricchire il tuo bagaglio culturale ed artistico, e vedrai che il futuro non potrà che darti soddisfazioni.
L'ingrediente più importante di questa alchimia ce l'hai già, questo è quello che conta.

Se il tuo obiettivo era trasmettere un emozione ci sei riuscito in pieno! Bravo 10+

sabato 8 marzo 2014

in piedi Signori davanti a una Donna

Per tutte le violenze consumate su di lei
per tutte le umiliazioni che ha subito
per il suo corpo che avete sfruttato
per la sua intelligenza che avete calpestato
per l’ignoranza in cui l’avete lasciata
per la libertà che le avete negato
per la bocca che le avete tappato
per le ali che le avete tagliato
per tutto questo
in piedi, Signori, davanti ad una Donna.
E non bastasse questo
inchinatevi ogni volta che vi guarda l’anima
perché Lei la sa vedere
perché Lei sa farla cantare.
In piedi, Signori, ogni volta che vi accarezza una mano
ogni volta che vi asciuga le lacrime
come foste i suoi figli
e quando vi aspetta
anche se Lei vorrebbe correre.
In piedi, sempre in piedi, miei Signori
quando entra nella stanza e suona l’amore
e quando vi nasconde i dolore e la solitudine
e il bisogno terribile di essere amata.
Non provate ad allungare la vostra mano per aiutarla
quando Lei crolla sotto il peso del mondo.
Non ha bisogno della vostra compassione.
Ha bisogno che voi
vi sediate in terra vicino a Lei
e che aspettiate che il cuore calmi il battito
che la paura scompaia
che tutto il mondo riprenda a girare tranquillo
e sarà sempre Lei ad alzarsi per prima
e a darvi la mano per tirarvi su
in modo da avvicinarvi al cielo
in quel cielo alto dove la sua anima vive
e da dove, Signori, non la strapperete mai.


(erroneamente attribuita a W Shakespeare)

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