Quanto ne avevo sentito parlare, per
quanto tempo.
Così l'incontro con questa sperduta
località della Valtellina l'avevo quasi desiderato, non fosse altro
che per la curiosità che mi portavo dentro da un bel po', quasi 13
anni.
Una strada per arrivarci che seppur
panoramica, è poco più che una vecchia carrettiera asfaltata,
contornata da parapetti in ferro bianconeri che la rendono almeno più
sicura di quella del passo del Mortirolo che è pure lì vicino.
E' così forte il contrasto fra un
posto nato per “ridare la vita” e lo spettro che invece mi
appare, fra muri crollati , vetri rotti, porte divelte, grondaie a
penzoloni.
Ho cercato in rete la storia della
genesi di quel Sanatorio, e l'ho trovata una storia di Eroi di altri
tempi, di medici pervasi dalla preoccupazione di portare aiuto e
sollievo ai malati, coraggiosi abbastanza da scontrarsi con coloro
che non volevano vendere i terreni al construendo sanatorio per paura
delle malattie; qualcosa di ben diverso dalle Baronie della medicina
a cui siamo abituati adesso, che operano in un turbine di scandali e
fallimenti ad orologeria.
Ho voluto provare ad entrare per
scattare qualche foto, nel magnifico padiglione d'ingresso
dell'Umberto I, che con le sue vetrate (rotte) si affacciava su un
panorama delle Orobie veramente mozzafiato, ho visto le salette con
le cabine telefoniche che mi hanno riportato ai tempi della naja, ho
poi voluto scendere le scale per andare nel grande teatro dove ancora
ci sono le poltroncine di legno da cinema, scomode come non mai, che
ho ben chiare nei miei ricordi di ragazzino.
Effettivamente quel posto è magico,
anche se ormai ridotto in rovina trasmette una sensazione di “vita”,
vita “desiderata”, vita “ridonata”, vita “sociale”, vita
“operosa”, vita che “non fugge via”, ma che si aggrappa con
le unghie anche al più flebile dei respiri.
Quanta bontà è si è vissuta li dentro,
quanto sacrificio, quanta speranza, quanta dedizione.
Quello non è un rudere, quello è un
“tempio dei buoni sentimenti”, quelli non sono sassi, mura, vetri e
ferri, non è un posto inanimato, ma è un ambiente che trasuda vita,
pur nella sua disgraziata condizione. E' ancora un sanatorio, non più
per il corpo ma per lo spirito, sta alla sensibilità di chi calpesta
quel suolo, coglierne la vera essenza.
La mia speranza è che qualcuno si
prenda a cuore quel meraviglioso posto e lo riconsegni alla sua
primitiva funzione e se così non fosse, che almeno si recuperino i
bellissimi fabbricati che ridotti così sono un oltraggio alla
memoria degli Eroi che lo hanno voluto: ovvero il Dr Francesco Gatti
(luminare del tempo), il Dr Linneo Corti (il medico condotto di
Tresivio) e degli Architetti Brioschi e Giachi che lo progettarono
disinteressatamente (adesso si direbbe GRATIS!).
Devo riconoscerlo, Prasomaso per questo
motivo è “magico”

Ciao, ho letto casualmente il tuo bell'articolo su ciò che rimane del sanatorio di Prasomaso e ne condivido pienamente il contenuto.Faccio parte della numerosa popolazione che ha soggiornato lassù nel corso degli anni e che ne è uscita nella maggior parte dei casi completamente rigenerata!Certo, non ha tutti è andata per il meglio, però Praso ha ridato speranza a molte generazioni di giovani e meno giovani. E ora vedere che lassù tutto muore nell'indifferenza di tutti, fa molto male ancora adesso a distanza di anni!. Se vuoi venirci a trovare nel nostro sito "Prasomaso.it" oppure sul gruppo facebook, sarà un piacere leggerti! Un grazie per ciò che hai scritto e un abbraccio, Ambrogio. P.S. spero non ti dispiaccia se mi son permesso di condividere l'articolo sul profilo di fb
RispondiEliminaCiao, sono di nuovo io:ieri sera, la lettura del tuo interessante articolo su Prasomaso mi ha dato una tale emozione da spingermi, sconsideratamente, a pubblicarlo sul profilo di fb senza chiederti una previa autorizzazione e venendo così meno al rispetto della tua privacy. Di questo ti chiedo scusa, e ho già provveduto ad eliminare il link. Son certo però, che anche agli altri ex ""Prasomasiani" farebbe piacere leggere le tue belle e veritiere parole con cui hai descritto la realtà di quel luogo che ancora vive nei nostri più o meno piacevoli ricordi! Un affettuoso saluto, Ambrogio
RispondiEliminaGrazie Ambrogio ma non devi sentirti in obbligo di richiedermi nessuna autorizzazione per condividere questo post. Le emozioni che ho vissuto girovagando lì dentro sono state talmente forti non non mi sono sentito di tenerle solo per me. Avevo già visto il sito di Prasomaso.it che è molto bello e completo.
EliminaQuel giorno ho fatto molti scatti, vedrò di metterli presto in linea su Flick'r.
Chissà che un giorno non ci si becchi da quelle parti
Marco
Signor l-marco,
RispondiEliminagrazie alla segnalazione di Ambrogio che ha già scritto qui prima di me, ho letto il suo brano avvolto da un’aura passionale, pervaso da una forma di attrazione nei confronti di un immobile graziato da uno stile architettonico impeccabile, ricco tutt’oggi di fascino pur nella sua oggettiva decadenza.
Lei scivola indietro nel tempo con l’ausilio della fantasia e si immagina quello che non può vedere. E che non può sapere. Mi dispiace sporcare le immagini evocate in lei da quei sublimi resti liberty purtroppo ora abbandonati al degrado, ma ritengo doveroso esprimere la mia testimonianza, nel rispetto di coloro che come me all’interno di quelle forme architettoniche suadenti hanno provato orrore, malinconia, abbruttimento, profonda tristezza ed emarginazione. E sono guariti solo perché, alla luce di quello che la scienza medica afferma oggi, sarebbero guariti comunque.
Signor l-marco, quel luogo a me non sembrava affatto magico, ma nefasto, spettrale, malvagio, dove qualsiasi manifestazione vitale veniva soffocata da dogmi cattolici rigidi e crudeli, dove qualche medico si permettevano di toccare i corpi acerbi delle adolescenti senza alcunché rischiare, dove i sentimenti dei più piccoli venivano trascurati o addirittura puniti. Quel posto non ha mai trasmesso a me “sensazione di vita desiderata, che non fugge via ma si aggrappa al più flebile respiro”. E’ una frase pregna di romanticismo, ma io che ho vissuto fra quelle mura non posso compiacermi del suo effetto letterario e non posso condividerla. Quel posto ha trasmesso a me sensazione di paura, di angoscia, di vita che fugge via e che non torna più, vita che si frantuma fra flebili respiri e ancor più flebili speranze. Questa, signor l-marco è solo la mia testimonianza, so che qualcuno se l’è cavata meglio, ma fosse anche solo per pochi o per uno solo, quell’unico merita, almeno oggi, rispetto per ciò che ha subito, per quella bontà, quella speranza e quella dedizione che tra i fasti architettonici, forse ha cercato, ma non ha trovato mai.
sandra locatelli
La ringrazio della sua testimonianza innanzitutto. Prasomaso ho iniziato a conoscerlo anni fa evocato da amici che hanno lì la loro casa delle vacanze da molti anni. Loro mi hanno riportato diverse testimonianze mentre altre le ho trovate in linea girovagando su internet. E' inevitabile che come in tutte le case di cura, alcune esperienze siano state positive mentre altre molto negative. Io di sicuro non ero lì mentre accadevano; mi dispiaccio molto della sua esperienza, vissuta in momenti molto diversi e con persone molto diverse da quelle che intrapresero la costruzione di quel sanatorio. Non credo che il Dr Gatti sarebbe molto contento nel leggere la Sua sofferta testimonianza, che è così distante dagli ideali che lo pervasero e lo portarono a cimentarsi in un impresa così grande. Come spesso accade nel nostro paese si chiudono strutture non tanto perchè siano inutili, ma quanto perchè, chi di dovere, non è capace o non ha le competenze per gestirle come meglio si dovrebbe.
RispondiEliminaRibadisco che mi dispiace davvero di quanto le è accaduto, ma le emozioni che ho vissuto ho voluto condividerle perchè non riuscivo a trattenerle dentro. Io ho dipinto un acquarello e Lei mi ha mostrato una foto in bianco e nero a tinte forti, nessuno di noi due ha avuto remore nel trasmettere ciò che aveva dentro.
Dico solo che il Dr Gatti e il Dr Corti, ebbero una felice intuizione e diedero tutta l'energia che avevano in corpo per realizzarla.
Di sicuro uomini così non ne vedremo più per un pò, sapendo che i primi ad essere dispiaciuti per la Sua dolorosa esperienza sono proprio loro.
Marco Introini
Qualsiasi forma artistica,acquerello o foto b/n a tinte forti (così come ha definito lei), è valido strumento per produrre opere che possono assumere valori diversi e diversamente interpretabili. Oggettivamente, invece, si può affermare che lei ha lavorato con la fantasia e io con la realtà.
RispondiEliminaNon entro in merito alle nobili intenzioni di due medici Gatti/Corti, che non ho mai conosciuto.
La ringrazio per la risposta.
sandra locatelli
Io mi chiedo perché la pineta di Sortenna a Sondalo, costruita qualche anno prima, è ancora spendente ed invece Prasomaso é stato abbandonato. Oggi l'ho visitato, passando in bici. Oramai ridotto ad ambiente per film dell'orrore, ma per chi ha sensibilità un posto di estremo fascino.
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